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diffonde reckoner in stanza il mio stereo di oltre 15 anni fa. lo collego al pc per sfruttarne la sola amplificazione, ma il suono è davvero scadente. poco importa in fondo, perchè i radiohead si ascoltano benissimo lo stesso, e inoltre la mia mente è concentrata, mentre scrivo, sul bucato steso al terzo piano di un apparamento che il monitor riflette in accordo con la luce del giorno. il vento li fa danzare, piano. ma in realtà è solo un'illusione, come quando credi di poter amare qualcuno per il solo fatto di volerlo vicino, o quando pensi che l'amicizia valga più di qualsiasi altra cosa, e tutti vogliamo cosi' disperatamente sentire qualcosa, qualsiasi cosa, che continuamo a scivolare gli uni nelle altre, e ad andare avanti a scopate fino alla fine dei nostri giorni.
L’occhio di Shiva illumina il mondo in trance, ma è solo congettura.
In realtà c’è solo un gran caldo che proviene da un gran sole che fa sdraiare il mio gatto sul pavimento e che ne fa piangere un altro più piccolo e che fa girare nel letto me che non riesco più a dormire.
Le mutande mi si attaccano al culo tant’è vero che stanotte ho sudato ripetutamente dal tramonto all’alba e anche un po’ di più. Lungo la strada gente, tanta gente, troppa gente, parole urla e strida, e il caffè che fischia nella caffettiera perché c’è troppo caldo, di questi tempi.
Oreste buonmattino porge il petrolio a suzanne, ancora un po' gonfia. suzanne lentamente raccoglie la tazza, la porta alla bocca con ambo le mani. sorseggia l'intruglio e si scotta bevendo la lingua. oreste sorride e ricorda invasivo "non sai ieri quanto eri sbronza". "lo so, ero io ad esser sbronza", si porta i capelli alla nuca, ma lisci ricadono avanti. "Non è yogurt, mia cara, è caffè!".
suzanne si trascina e raggiunge l'amante, la sveglia leccandole entrambe le labbra, poi passano il tempo che segue a baciarsi. poggiato allo stipite della mia camera sguaino la lingua pugnale, sbattendole fuori di casa. "ne ho avuto abbastanza di voi e delle vostre stronzate".
rarefatta l’aria si insinua.
la finestra si chiude al soffiare rotondo di un vento che mozza sinuoso il mio fiato. l’estate formato famiglia si perde in lontananza sull’orizzonte accennato da una tendina che oscilla, se la rimani a guardare. e se ti concentri riesci a scovare un camino che fuma bizzarro tra le tegole arroventate dal sole.
Non mi resta che cercare distrazioni altrove.
"hai cacciato le tipe, sei proprio un coglione!". oreste passa ore a truccarsi riflesso, forse crede si possa nascondere dietro il cerone. "l'avrei fatto io se non ci avessi pensato tu".
accarezzo la gatta che ricambia con morbide fusa.
"non starai esagerando con tutto quel trucco?"
"voglio solo raccogliere tutti gli sguardi stasera"
sorride cercando il suo addobbo borchiato, inchinandosi sotto il divano il latex dei suoi pantaloni cigola come la porta del bango. si lega il collare ben stretto, e mi porge la cima. al guinzaglio mi segue quando al single side non aspettano altro che noi.
claire mostruosa si rendeva conto di cosa aveva davanti e di cosa stava per fare. trattenersi a pensare come. riflettere ancora e chissà poi che impatto sulla gente. venerata e glorificata in quella claustrofobica girandola di ricordi che attanagliano chi è solo.
claire ingranaggio difettoso nel travaglio non geme. nessuno si accorge che i suoi seni ballano. claire puttana da quattro soldi virtuosa nell'incedere insicuro violenta, molla per un attimo la presa. divinità incostante col potere di distruggere e creare ai suoi piedi, un altro squillo poi preme il tasto verde. ritorna sui suoi passi ciao amore sospirando si impala sul fallo di nuovo.
non sei il mio amore ne io sono il tuo, oreste mi passi la birra, rispondo. hai provato a legargli le palle e l'asta ben stretta col filo di rame? mi tengo l'uccello per te se mi chiami col cazzo di un altro di dentro. la cicca di oreste illumina appena la camera oppressa dal buio.
riaggancia, mi hai rotto le palle. si arrampica sulle sue gambe per lasciare entrare un raggio di sole. oreste è un buffone e raggiunge la tazza del cesso di lato, come un granchio le chele sul legno ma la porta la apre coi calci. l'odore di bile e spaghetti alla panna ha intasato quell'aria già gonfia, oreste solleva susanne evitando di urtare l'amante rem. sei piccola ma puzzi per quattro, tenendole i capelli e bagnandole il collo. rilascia cadere la faccia sul cesso, domani vedrai starai meglio. l'amante farfuglia qualcosa e colpisce suzanne con la mano, sognando di avere un po' freddo sdraiata per terra, lo schiaffo è un po' sordo.
oreste che piscia per aria non lo si vedeva da almeno tre anni.
priscilla lo nota al di là della strada, lei nuda davanti allo specchio si gira di scatto e sorride. si passa il rossetto con aria annoiata, saluta il buffone e gli mostra per bene le tette. oreste ringrazia. priscilla si siede sul bordo e replica oreste. espelle lo sperma che avanza, lo fa scivolare fino al marciapiede. poi cerca di spingere fuori la merda che ha dentro, ma l'urlo le si strozza in gola. rientrando nel grande salone se ne sono già andati tutti. da terra raccoglie uno zippo nel porre a michele una marlboro light, gli tiene in mano l'uccello e l'umore stavolta è quasi mestruale.
è meglio se risparmi le forze, claire forse ha più voglia di me.
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priscilla accavalla le gambe, le gira la testa. la tiene col palmo sulla fronte, quasi come se senza quell'appoggio fosse destinata a rotolarle via. "allora, che ti ha detto? non l'hai fatto mica incazzare di nuovo! lo sai che diventa intrattabile". claire butta via il fumo con sdegno. "lo sai com'è fatto, sai anche che lo amo per questo. ma a lui non gli frega di nulla a momenti, e in quei momenti è come un cuscino senza l'imbottitura".
**********
suzanne a peso morto è come un enorme manichino di pelle. le sue articolazioni sembrano spezzarsi sotto l'attrazione gravitazionale, ma il suo corpo è così morbido che tenerla tra le braccia è una sensazione estatica. tanto più che la sua catarsi si compie in perfetta armonia col mondo che la circonda, per questo la fatica a cui mi sottopongo è già ricompensata nell'atto. trascinandola sul materasso oreste mi chiede di claire. le da della stronza per certi suoi comportamenti del tutto evitabili.
"lo sai come sono fatto. fantastico ancora il sesso con lei, quello volgared estremo, fantastico il suo sadomaso. ma mi basta una sega e mi passa".
ai disillusi
feedback
romanzo a puntate
ogni riferimento a fatti e persone reali è verosimile quanto casuale.
A volte. accartoccio me stesso per stare più comodo, dentro il cestino. compagno impulsivo che stringe le mani sul collo. ripasso gli appunti delle elementari cercando qualcosa di nuovo di vecchio da fare. sorrido al pensiero di me nel grembiule cromato, col fiocco che espone l'età e le tendenze sessuali.
Mi basta. un accenno di sfida e galleggio. assorto deprimo gli istinti, affronto il mio crimine. raccolgo i miei resti incrociando il tuo sgaurdo. mi accorgo di perdermi nel tuo unico amplesso.
Una doccia. lasciva. borotalco impalpabile candido. velluto sottile mi avvolge mi brucia la pelle. permetto al tuo umido umore di scivolar via. mi restano i segni che solcano il derma impotente.
Per sentirmi. immerso nel vuoto. immenso. mi fotto il petto. è solo terrore di vivere, cercato alle spalle di tutte le cose che ho perso. lasciato. buttato. nel mentre mi sego su foto e mutande di pizzo. casomai ci si vede domani se uscite.
Vivo.
A volte. dimentico per volontà. assolvo i miei compiti ignaro e privo di senso. costretto da un ritmo alterato e dal batter furioso insistente. non schivo più i colpi li incasso, raggiungo col muso il cemento. costretto per terra accartoccio me stesso allontano il dolore.
Rimane. ma dura come un batter di ciglio. che se presti attenzione, la notte, puoi pure sentire. son farfalle leggere che l'una sull'altra si baciano. macerie che affiorano solo per togliermi il sonno. così non mi resta nient'altro che andare a dormire. sognare di perdere sangue dal buco del culo. temere di averlo strappato infilandoci oggetti. godere di questo. nel mentre segarsi su foto e mutande di pizzo. casomai ci si vede domani se uscite.
Soltanto. una stella, si erge ed illumina il cielo. quanto basta per lasciarmi nel buio più pesto di prima. torno ancora a cercare i miei giochi in soffitta. trovo solo un ammasso di polvere. borotalco impalpabile candido. velluto sottile mi avvolge mi brucia la pelle.
Lo sporco. non è poi così male. ermetica richiesta d'affetto, rotolarsi nel fango. una pozza che al mio solo pensiero schizza. come nave pirata che offesa dai colpi affonda. come naufrago cerco indifeso di restare a galla.
Sul fondo.
Dal blog "angelus novus"
"spero che domani faccia vento. così mi deresponsabilizzerò ancora una volta, ed eviterò di mostrare espressioni di circostanza, cercando in tutti i modi di non infrangere i sogni degli altri sulle briciole e i frantumi dei miei.
spero che domani non ci sia spazio per me, che il mio piccolo mondo mi faccia scendere in corsa, per appagarmi della mia iridescente evanescenza.
spero che domani arrivi il più lontano nel tempo possibile. che il tempo perso non torni mai più, che il nuovo corso non gli si accavalli, che i ricordi spariscano per sempre una volta per tutte. che la trappola dell'esistenza che mi attanaglia alfine si apra sul baratro di lapilli.
spero che la strada sotto i miei piedi sia piana, così da evitarmi sforzi per mantenere la salita, o frenare la discesa.
vorrei che non ci fose più valore nelle cose, se mai c'è stato, cosìcchè se dovessi impazzire, mi sentirei meno solo. "
la posto anche qui perchè così è giusto che sia
scivolo assorto calpesto col tacco le spoglie di un corpo rovescio. scivolo sbatto la fronte corrosa dal vento. sanguino come una vena recisa di netto nell'atto supremo. perdo coscienza la vendo al miglior offerente che paga porgendomi vermi. sanguino sogno di stare in quel posto finchè non ritorni il sereno. brulico striscio le mani sul grembo accovaccio il mio corpo rovente. busso nel grembo materno proteggo con voce sottile acclamo il mio avvento. penetro viscere acerbe lacero stando supino percuoto la pelle. livida gemi al passare del corpo attraverso pareti sottili. tu che da sola respiri in affanno difendi il tuo cuore opponi il petto distruggi. distogli la colpa mi abbaglia la luce del sole che offuschi la strada pugnali lambisci la gola che alfine recidi. inerme raggiungo quel cuore a brandelli da lame affilate praefero. sconfitta la morte alla morte unisci arrendevole tagli il tuo seno. voglio restare nascosto qui dentro finchè non ritorni il sereno.
indiscusso attraverso l'androne deserto.
oltrepasso i cristalli che brillano di luce riflessa, lassù, dal lampadario pendente.
mi accovaccio, disteso. polveroso l'angolo dell'androne è freddo. non lo riscaldo che con il respiro.
soffoco, vienimi a prendere.
soffoco, disteso. prepotente attraversa l'adrone il cervello di latta, non mi nota, non lo chiamo. cos'altro? si avvinghia al tavolo e li rimane. secco. di latta.
ho paura, salvami.
saette i riflessi mi tagliano la pelle. nuda. la ragazza danza tribale raggiungendo il cervello di latta. danza. compie il rito nei suoi movimenti. gira intorno all'androne, mi sfiora e mi lancia un'occhiata.
sono inerme, aiutami ad alzarmi.
al centro dell'androne, danza. piange ma non serve, non durerà mai abbastanza.
al centro dell'androne, canto, docile, mi accalco alla folla. disperdo le ceneri sul cervello di latta e sulla ragazza che indomita, danza. respira le mie ceneri, non mi scoverai di nuovo.
nnessuno verrà più a cercarmi.
assuefatto e raretfatto. egocentrico. troverete in me la noia e la presunzione di chi non è mai abbastanza pieno di se. mi manca l'armonia dell'equilibrio (instabile quanto necessario), ma mi concedo al plotone come reo confesso. come reo, confesso.
confesso di non credere alla profondità dello spirito, che annega nel suo guscio colmo d'ira. soffocante come l'aria d'agosto, che di questi tempi, è sempre più calda.
confesso di nascondere il mio cinismo dietro l'inadeguatezza, per accrescere un'autostima che è ben lungi dall'appagarmi a pieno.
confesso di volermi immedesimare per forza, scavando il mio spazio come una fossa. appartengo alla categoria e me ne dispiaccio, ma impotente davanti alle correnti d'aria, almeno mi alleggerisco di certi pesi.
la mia è una realtà virtuale, conosci il substrato, ma non accedi che alla scorza.
faatevi sotto e calpestatemi.
fottetemi (e lo urlo a gran voce).
fatevi sotto, non ho più paura.
non c'è niente da temere.